Questo articolo non vuole essere un contributo al già enorme ed infinito dibattito su cosa significhi fare l’educatrice, vorrebbe unicamente offrire uno spunto di riflessione, uno stimolo : riporto qui la mia personale esperienza, da ultima arrivata, dopo un anno e mezzo di “vita” all’Atelier dei Piccoli.
Si arriva qui, all’Atelier, ciascuno con la propria personale esperienza di vita e di lavoro, con le proprie credenze, aspettative, desideri, e soprattutto con i propri personali “ concetti”, costrutti veri e propri su cosa e come debbano essere i vari aspetti che caratterizzano l’esistenza.
Questi concetti si riflettono nella modalità con cui ciascuno di noi vive la propria vita; sono coinvolti il concetto di cosa significhi lavorare, svolgere il lavoro di educatore, e soprattutto i concetti di chi e come sei: dentro ciascuno di noi esistono frasi del tipo: l’educatore è “questo”, le cose si fanno “così e così”, questo è giusto, questo è sbagliato, io sono così, fatta in questo modo ecc. ecc.. E quindi?
Quindi sono arrivata qui e nel tentare l’esperienza di educatrice al Nido Blu, quotidianamente ho dovuto prendere ciò che un po’ sono, e ciò che un po’ mi hanno insegnato, e mi sono concessa il lusso di fare un capitombolo, una capriola, o forse un salto in alto, per poi approdare in piedi, con nuove idee, nuove prospettive e nuove forze.

Parlando in modo meno personale: è auspicabile spogliarsi, paradossalmente di ciò che pensi e credi sia l’educazione, di ciò che ti hanno insegnato in primis gli educatori che tu stesso hai avuto, e di ciò che credi di essere, almeno in parte.

Si crede che il bambino vada educato, ma la mia personale esperienza al Nido Blu è che l’educazione è reciproca: il bambino educa al pari dell’educatore, e lo fa con strumenti diversi da quelli dell’adulto.
Questo processo, (una sorta di co-educazione) viene messo in moto proprio dalla capacità di mettere da parte i tuoi costrutti, le tue credenze e osservare, i bimbi e te stesso.
E’ un lusso, potersi permettere di osservare, soprattutto nel mondo del lavoro, dove di solito si entra e vi si rimane con un concetto di “performance” che ti perseguita.
Arrivata al Nido Blu, ho dovuto reimparare a sedermi, mettere da parte il “fare” e stare a guardare, ad ascoltare, me stessa e quello che succedeva attorno. Rendermi conto che la mia interpretazione della realtà era appunto un’interpretazione, non la realtà stessa. E che se sapevo aprirmi a questa eventualità, potevo uscirne arricchita, io, i bimbi e l’ambiente circonstante. Sentire quello che c’è e ad accettarlo, per poter interagire attivamente e coscientemente, si è dimostrata come la personale base da cui partire.
Come diretta conseguenza, quando si mette in atto questo processo di apertura e co-educazione, molta della tua sicurezza di adulto, a volte un po’ tracotante, viene messa in discussione: il rapporto con il bambino diventa un dialogo, una danza, dove l’educatore può scoprire l’umiltà di mettersi a fianco del bimbo, e non sopra o sotto.
Il bimbo ti riporta a quando si guardava tutto con occhi nuovi, a quando ogni momento è fonte di creatività, spunto per nuove strade e possibilità. Le tue idee passano al secondo posto, (a volte al terzo e quarto), per lasciare lo spazio a quello che c’è, nel concreto, nella realtà. Questo non significa assenza di regole, e non significa non riconoscere che sei un adulto, quindi colui che deve sapere dare una guida al bimbo, ma solo cedere nella pretesa di essere “sopra”, nella pretesa di controllare e sapere. Può significare anche il far sì che non siano le regole stesse, precostituite, a diventare i pilastri della quotidianità. Il tutto, imparando ad osservare (e ad ascoltare).
All’educatore, spetta quindi spesso il compito di fare da contenitore, dare un nome, in sé stesso e per il bimbo, e dare quindi le coordinate, neanche troppo strette a ciò a che a ciò che si sta creando e vivendo di momento in momento, per creare un senso condiviso.

Paradossalmente, per poter essere un compagno di avventura di un bimbo, ci si siede, si lascia andare un po’ ciò a cui si pensa, e si osserva la magia di quel che accade, si “cede” un po’, ci si lascia respirare. E questo succede soprattutto nelle giornate che noi adulti siamo abituati a definire “giornate no”, anche quando ci sono pianti, confusioni, dubbi. Quello che accade è ciò che conta, al di fuori di un recinto del concetto.
Grazie per la possibilità di vivere questa esperienza.
Dada Francesca


