Quante volte ci capita di fare la via più breve?

Non mi riferisco astrattamente alla vita o a un obiettivo, intendo camminare; non con scarpe comode fra suoni e profumi che solo la natura sa regalarci, ma camminare in quei percorsi obbligati apparentemente inutili che ogni giorno ci portano a quello che stiamo “per fare”.
Camminare per andare al lavoro, per buttare la spazzatura, per arrivare in un negozio… Siamo talmente abituati a ottimizzare tempi e spostamenti che ci impegniamo a trovare scorciatoie che riducano al minimo qualsiasi passo in più, camminando rapidamente senza nemmeno guardare per terra. Questi sono i passi che ci separano dalle nostre mete: su di essi non investiamo alcuna cura, li riempiamo di pensieri ed inevitabilmente non riusciamo a goderceli.

Ma poniamo il caso si diffonda un’epidemia che fermi quasi ogni attività e impedisca severamente qualsiasi uscita di piacere: ecco che tutto cambia. I passi che separano le nostre case dai bidoni della spazzatura diventano passi preziosi, li facciamo lentamente, consapevoli che dovremo farceli bastare, e respiriamo come se fino a quel momento fossimo rimasti in apnea, sorridendo se qualche raggio di sole ci bacia. In quelle brevissime passeggiate che ci sono concesse – nei pressi delle nostre abitazioni ed in totale solitudine – ora la mente si svuota, osserviamo le nuvole e ascoltiamo il canto degli uccelli: calpestiamo tutto il terreno possibile in quella manciata di metri consentiti, non attraversiamo piazzette ma seguiamo il  perimetro di strade e marciapiedi, senza arrotondare gli angoli ma cercando sempre questa volta la via più lunga.

E mentre ci sorprendiamo nell’essere grati che a famiglie riunite la spazzatura si moltiplichi, provo a fantasticare sul rientro all’asilo, riflettendo su quanto di tutto questo io possa trovare nel mio lavoro: in 12 anni ho lavorato in tanti asili, ma in nessuno ho trovato il ritmo di lavoro di cui posso godere oggi, e di cui non vedo l’ora di tornare a godere. E’ vero, ci sono anche giornate di emergenza – alle volte settimane – in cui si trotta di più arrivando a fine turno centrifugati, ma nel resto dell’anno è sempre stupefacente poter sfruttare un rapporto numerico che permetta a noi dade di poter organizzare e proporre con tanta cura le nostre attività.
Diventa scontato, ma avere il tempo di porre l’attenzione su ogni passo, con consapevolezza, e non dover necessariamente “fare di corsa” qualsiasi cosa, non lo è davvero.

Ed è così che scorgo connessioni tra il mio essere dada all’Atelier e il tentativo di allungare una strada apparentemente così lineare e veloce: in una lentezza attenta ai particolari, che permetta di respirare ammirando la bellezza che ci circonda.

A presto,
dada TittiBi

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